mercoledì 12 novembre 2008
Morte in un supermercato

E c’è questo tizio che improvvisamente rallenta, proprio a pochi metri da dove mi trovo io, si stacca dal resto, come in uno di quei fotomontaggi volutamente sbagliati, si blocca, si porta una mano al petto. Davanti a me in coda alla cassa ho una coppia di pensionati con il carrello strapieno, diciotto bottiglie d'acqua, le ho contate, lattine di birra e olio motore accatastate a formare un misero castello di una Biancaneve un po’ abitudinaria e alcolista. Dietro invece ho una mamma con due bambini, piena di quella disperazione non espressa che si trascinano tutte le madri con un paio o più di figli sotto i dieci anni: affannata, gesticola e anticipa rimproveri a quei due che ormai hanno le orecchie foderate di materia inerte; quella che permette loro di non comprendere o al massimo capire come cazzo gli pare.
Io sono nel mezzo, con in mano due peperoni, una confezione di insalata che non sono ancora riuscito a capire se...dovrò lavarla o meno e un sacchetto di carote. Le casse bippano, bippano, non la smettono proprio mai. La cassiera mastica un chewing gum e attacca con la merce della coppia di pensionati.
Nel frattempo il tizio con le mani al petto si è seduto, sembra molto stanco, respira profondamente. Un uomo, uno dei tanti che gli sfilano di fianco e si rendono benissimo conto che qualcosa non va in quella figura bloccata, rallenta, lo affianca, scambiano poche parole. L'uomo scuote la testa, poi annuisce, poi di nuovo scuote la testa, scuotono la testa insieme. Si allontana, viene verso di noi, cambia idea, passa alla cassa successiva, giudicando la donna sulla cinquantina evidentemente più affidabile della ragazza alla mia cassa battente bandiera casermone periferia nord Milano. Scambiano un paio di frasi, indica in direzione della panca, la donna sfila un telefono da un angolo di quella sua plancia di comando. Pronuncia poche parole, seria, ripone l’affare, poi riprende a bippare.
L’uomo seduto sulla panca intanto si è ingobbito ancora di più, fissa il vuoto sotto di lui. Passano pochi secondi, davanti a me la signora inizia a rimproverare il marito sul motivo di tutti quei litri d’olio da non disperdere nell'ambiente, lui borbotta qualcosa di incomprensibile e lascia bippare. I due bimbi tentano di scassinare un frigo con all’interno dolci gelato e bibite.
Il tipo sulla panchina fa per sdraiarsi, alza un braccio, compare una guardia giurata, squadra quel tizio senza espressione, lo supera con lo sguardo, una ragazza poco vestita passa spandendo un bel po’ di polverina sessuale intorno a sé. La guardia si avvicina all’uomo seduto, altre parole, altre teste scosse, gli mette una mano sulla spalla come per invitarlo ad allungarsi, ma l’uomo si è ormai sdraiato da solo.
Di colpo un fischio, più di uno. Due tizi vestiti in giacca e cravatta sfondano un ingresso riservato entrando nel senso opposto, tante teste voltate, qualcuno richiude il cancelletto, i fischi finiscono, i bip non si sono mai placati nemmeno per un attimo, le teste di tutta una serie di esseri umani ritornano ai loro impegni.
Adesso sono in quattro intorno a quell’uomo sdraiato sulla panca. Lui si gonfia e sgonfia come uno di quei personaggi dei cartoni animati e le loro deformazioni fantastiche. Quei quattro parlottano, spunta una borsa rossa con una croce bianca, ma il tizio in giacca e cravatta che ce l’ha in mano non sembra nemmeno bene cosa farsene, la appoggia; altro scambio di opinioni. Ecco che salta fuori un telefonino, la guardia continua a squadrare culi e tette nei paraggi imperturbabile e professionale. Il tipo con la borsa si volta mentre parla in quel telefono, urla poche parole, ben scandite, riesco solo a capire «DICORSA!!». Nel frattempo la mamma si è accorta dei due figli che, trovato il modo di scoperchiare il mini frigo, attaccano ad aprire bottiglie di bibite: inizia a volare rimproveri balbettati e confusi. A giudicare dalla cassiera a pochi centimetri da me tutto comunque procede secondo la normalità: la merce scorre, la cassa bippa, e lei monetizza.
Colui che, ormai è abbastanza chiaro, non se la sta passando troppo bene, lascia cadere la braccia, butta la testa ancora più indietro. Uno dei due in giacca e cravatta e cartellino al petto attestante responsabilità all’interno di quell’ipermercato si inginocchia, tasta confusamente il petto del tizio, l’altro guarda all’orizzonte all’interno di quel locale infinito e lattiginoso, e credo proprio che non ci ricavi nulla. Quello inginocchiato parla, la sua espressione è sbiancata, ma più della sua mi rendo conto come stia sbiadendo non solo l’espressione ma tutto il corpo del povero cristo sdraiato.
L’ultimo flacone d’olio viene stato processato dalla cassiera, questa porge il papiro della spesa alla donna; lei scuote la testa, il marito all’improvviso si finge interessato a quello che da più cinque minuti sta accadendo a un metro da lui. Non permette ai commenti acidi e offensivi della moglie di violare il tranquillo menefreghismo di quel rapporto matrimoniale che sa benissimo essere durato anche più del previsto.
Qualcosa sta succedendo però dalle parti dell’ingresso, i beep si fanno più serrati, e ci mancherebbe che si fermino proprio adesso sul più bello, parecchie teste si voltano, sta arrivando qualcuno con addosso indumenti vistosi, insieme a lui rumori di un mezzo che si muove su ruote, la guardia si rende conto che forse è il caso di intervenire: «FATEPASSARE PERPIACCEERE ...FATEPASSARE ...CIRCOLARE». Stanno arrivando i paramedici, o che ne so, quelli dell’ambulanza comunque; i due in ginocchio però non sembrano nemmeno accorgersene.
- Prego…
Tocca a me. Appoggio i miei pochi acquisti sul nastro.
Primo bip, la folla intorno sembra più partecipe, i tizi della lettiga hanno donato quell’ufficialità di tragedia di cui parlare che forse prima mancava, o magari adesso che non c’è proprio più nulla da fare ci si può anche avvicinare senza rischio di dover intervenire in una situazione che era sin troppo chiaro fosse decisamente anomala.
Secondo bip, la mamma abbassa il tono della voce, approfitta di quel teatrino tragico per destare l’interesse di quelle sue due macchine da scasso, li invita a tranquillizzarsi spacciando quella scena come un qualcosa di simile a un cattivo che sta per essere punito e che finirà così anche per loro se continuano ad agitare bottigliette e svitare tappi per sentire il soffio conseguente.
Le teste dei due addetti in ginocchio iniziano a dondolare di nuovo, rimane uno spiraglio da cui posso ancora osservare qualcosa in mezzo a gambe e busti, ma è uno spiraglio privilegiato, proprio all’altezza del viso di quel povero cristo. Le sue braccia sembrano sprofondare, liquefarsi sul pavimento, il suo corpo ha una specie di tremito, la testa si volta verso un punto dalle parti del cielo ma molto, molto più sotto. Quelli dell’ambulanza allontanano in modo brusco i due tizi, bloccati in ginocchio come pastori di un presepe ancora da allestire. La borsettina rossa con la croce bianca viene spinta in là, non è mai stata aperta.
Terzo bip, la coppia di anziani inizia a spingere il carrello verso l’uscita, la moglie sta elencando irritata le voci di quell’elenco cifrato, il marito guarda da tutt’altra parte e annuisce sordo alla maniera di uno che ne ha passate tante e sa che il peggio deve sempre ancora arrivare.
I due bimbi adesso si sono resi conto dell’emozionante vicenda a pochi metri da loro, ma l’effetto che ne sortisce non è probabilmente quello sperato dalla madre, sembrano interessatissimi e desiderosi di portarsi al più presto nei dintorni della barella, la mamma urla i loro nomi, appoggia alimenti sul nastro, e allunga il collo per cercare di non perdere di vista quei due.
- Sono cinque e ottantasette…
Compare una bombola, un paramedico tenta di infilare al tipo sdraiato la mascherina trasparente, ma quella testa è completamente fuori da ogni gioco ordinario di gravità e forza, le braccia si lasciano trasportare come corpi rigidi. Irrigidisco anche io, i due bambini si bloccano anche loro. I bip, quelli mai.
- Sono cinque e ottantasette…
Altri bip, altri ancora, da lontano però. La mamma chiama un’altra volta, lo spettacolo sta per finire. I due piccoli hanno la mia stessa visuale, se possibile anche migliore, anzi peggiore. Lì, più in basso, probabile che gli ultimi volti che quel tipo abbia incrociato nella sua vita siano stati quelli di quei due, increduli di come si possa morire veramente, in quel modo intendo, senza fiamme o voli o fumo o vestiti strani o sigla iniziale o riapparire la puntata successiva o dentro un video o solo per sentito dire o lontano o di gente che non conosci o se conosci puoi permetterti benissimo di non andarci al funerale o di chi non ti frega nulla o di chi vorresti non te ne fregasse nulla, ma non puoi, perché sei bloccato in coda a una cassa, e non puoi proprio non vedere, sei bloccato. Quei due non si muovono più, la mamma mi supera, cerca di coprirgli gli occhi, a quel tizio ormai li hanno già chiusi, adesso compare una coperta, ritiro il resto.
- Prego.
La ragazza alla cassa non sembra essersi accorta di nulla. La mamma mi guarda sconvolta, mi parla con gli occhi pensando quante storie dovrà inventarsi per sollevare i suoi due bimbi da quel pozzo di improvviso silenzio in cui sono precipitati. Uno dei due indica la coperta, forse la scena gli ricorda qualcosa visto in tv.
Intanto i bip riprendono, la cassiera mi sorride, anche la madre lascia trasparire uno strano ghigno, persino i due bimbi avvinghiati ai fianchi della madre adesso sembrano sorridere. Cazzo sta succedendo?
Sono lì impalato a ostruire una cassa, coglione. Altri due carrelli strapieni si sono accodati nel frattempo. Farfuglio un saluto, la coperta copre il viso ceruleo di quel tipo. Un telefonino inizia a squittire nervosamente da sotto quel telo, i bip continuano, il telefono squilla, i bip continuano, il telefono strilla un’ultima volta, poi strozza a metà l’ultimo trillo, i bip continuano.
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continua...giovedì 30 ottobre 2008
Due luglio

Quella pioggia stronza cadeva, come se non ci fosse nessun legame fra clima e stagioni, come se tutte le giornate dell'anno fossero uguali l'una all'altra. Quasi solo un'imprevedibile lotteria designasse il clima del giorno, così a caso.
Gaio saltellava nervosamente sulle punte dei piedi, non perché lo volesse proprio, o perché questo servisse a fargli passare il freddo, ma perché meccanicamente aveva fatto suo quell'atteggiamento da centinaia di telefilm visti alla tivù. Quegli episodi in cui l'uomo all'angolo della strada si soffia fra le mani e ballonzola allo scopo di sconfiggere il freddo. Gli sembrava una cosa logica; persino a luglio.
Effettivamente anche lui era a un angolo di strada e il suo lavoro era perfettamente in sintonia con quelle immagini preconfezionate tra migliaia di ore televisive. La sua era una professione che si poteva benissimo definire a metà tra lo spacciatore classico e il chirurgo plastico. Tutto per gente che non poteva permettersi di andare in una clinica specializzata, ma volesse lo stesso modificare il proprio aspetto fisico. O solamente per chi voleva farlo e basta.
Droga fisica, era finito il tempo di sballarsi, di andar fuori di testa, viaggiare. Adesso si poteva...modificare il proprio fisico, forme, colori, lineamenti: trasformarsi insomma. Del resto il principio era praticamente lo stesso, tu mettevi quella pagliuzza tra lingua e palato, e aspettavi il fulmine: una sensazione esplosiva di calore fisico, onnipotenza artificiale sparpagliata dentro di sé, un agitarsi disordinato di muscoli e fibre che precedeva ogni mutazione. Ed esplosive si potevano considerare anche le conseguenze: se l’acido lisergico ti faceva vedere ovunque esplosioni da t-shirt colorate, questa roba ti cambiava pelle, capelli, dimensioni, colori, era come rinascere ogni volta sotto un’altra forma. Certo che gli effetti collaterali non erano nemmeno troppo conosciuti e la dipendenza che provocava era infinitamente maggiore rispetto alle droghe tradizionali, ma a chi assumeva quella roba e soprattutto a lui questo interessava relativamente.
Chiudeva gli occhi e si ispezionava le scarpe ogni volta che un essere deforme gli si presentava davanti, a volte persino incapace di parlare ed esprimersi; ma a lui bastava solamente qualche avanzo di sguardo umano per fargli capire cosa volessero da lui. E si faceva coraggio.
- Dai Gaio! – e consegnava un'altra pagliuzza, sperando ipocritamente in un effetto riparatore, ma sapeva benissimo che non sarebbe mai andata così. Sapeva benissimo cos'era la morte per overdose da quella roba. E ogni notte doveva ricorrere a qualche vecchia, ma sempre efficace, droga tradizionale per poter chiudere occhio senza ricadere in incubi popolati da palle di carne umana informi e urlanti che non volevano saperne di morire. Ma in qualche modo doveva pur vivere anche lui, e scrollava la testa confuso.
- Che estate del cazzo.
Se non fosse stato per il solito cliente della sera, a quell'ora se ne sarebbe già andato a casa a sgranocchiare qualche cosa davanti alla tivù, di quello era certo.
Si muoveva ancora ritmicamente sulle gambe quando, confuso alla pioggia che scendeva con sempre maggior insistenza e alle ombre di quella sera precoce, scorse in lontananza il cappellino del suo ultimo cliente. Era proprio il suo, quello che indossava di solito, ideale, come una volta gli aveva confidato, per ogni stagione e per ogni evenienza.
Di quel ragazzo era la parte su cui il suo sguardo si posava con meno problemi, visto che il fisico, ormai irrimediabilmente deturpato dall'abuso di quelle pagliuzze, gli faceva solo tornare in mente quante colpe avesse in quella distruzione lenta di essere umano. Si tastò nervosamente il petto per assicurarsi che la bustina fosse ancora al suo posto, il cliente ha sempre ragione; anche se non riusciva proprio a immaginare ancora per quanto.
A questo si era quasi affezionato; sfoggiava un sorriso sorprendente nel ritirare la sua dose, luminoso, le volte che riusciva ad affiorare dai lineamenti impegnati a divincolarsi dagli effetti di quella roba; quasi felice. Sembrava volesse ogni volta ringraziarlo; e questa era una cosa che non l'aveva mai capita. A volte aveva anche scambiato qualche parola sul tempo, o sul traffico della città sempre più congestionato, ma erano discorsi che a nessuno dei due interessava fare. E comunque cercava sempre di tagliare corto su qualsiasi argomento; certo era un atteggiamento che finiva col tenere con tutti, ma soprattutto con quel ragazzo. Parlare con lui, che pressappoco doveva avere la sua età, era una cosa che lo faceva pensare troppo e sentire un boia. E questo a lui non andava proprio bene. Lui vendeva e basta.
- Vero Gaio? Ancora un po' e poi smetto di fare questo lavoro di merda.
All'inizio gli si era presentato con l'aspetto del figlio di papà intenzionato a rendersi interessante agli occhi di amici e amiche; e Gaio aveva subito cercato di tenerselo buono, odorando alta società e soldi facili da quel viso pulito e dai tratti puliti. Ma poche volte in seguito gli capitò di intravedere certe realtà nell’esistenza di quel ragazzo: una macchina di lusso ben presto sostituita da una bici semidistrutta, qualche bella ragazza altezzosa sostituita poi dalla propria ombra sempre più mesta e informe.
Cercava sempre la Random, quella che non aveva effetti definiti, la più pericolosa. Non voleva saperne di Marylin o James Dean o Wolf, quelle, diceva sprezzante, erano roba per feste di carnevale: sembrava volesse solo distruggersi. Una volta, forse perché sentiva sempre più pressante lo sguardo silenzioso e indagatore di Gaio, aveva quasi cercato di spiegare il suo comportamento:
- Meglio non sapere dove si va a finire.
Sforzandosi di non guardare Gaio negli occhi, come per liberarsi di un qualcosa che doveva per forza essere detto. E poi aveva sorriso; e gliene aveva chiesto un'altra, sempre di quelle Random.
- Non ho voglia di guardarmi allo specchio e riconoscermi.
Fu una delle poche occasioni in cui si guardarono dentro, seppur quasi per sbaglio. E si sentì ancora più in colpa per la distruzione che era ormai in atto, trasformazione dopo trasformazione, una volta alto un metro e novanta, il giorno dopo nano, una volta obeso, un'altra scheletrico, oppure calvo, o coi capelli lunghi fino alle caviglie, vecchio, bambino, nero, giallo: sempre meno umano e definito.
L'ultima volta aveva inghiottita la pagliuzza davanti a lui, con i muscoli del viso e delle braccia non ancora completamente rilassati dopo la mutazione del giorno prima, senza nemmeno dire una parola. Gaio aveva accennato persino un saluto dopo aver preso il denaro, ma non ne aveva avuto la forza. Non sapeva il suo nome, non sapeva nemmeno cosa facesse per il resto delle sue giornate, quale storia si trascinasse dietro quella determinazione distruttiva; e probabilmente non l'avrebbe mai saputo. Ma lo stesso stava quasi male.
Perché con gli altri non succedeva? Da quando aveva iniziato a vendere quella roba non si era mai sentito così colpevole; tutti, bene o male, avevano gli stessi motivi per distruggersi, ogni volta era un qualcosa già sentito che l'aveva sempre reso freddo e insensibile di fronte a qualsiasi racconto di cliente. Ascoltava, annuiva, e incassava. Era sempre stato così semplice.
- Che cazzo hai Gaio?
Il cappellino servì comunque a riconoscere l’acquirente, era proprio lui. Si guardò intorno per controllare che non ci fossero troppe persone nelle vicinanze, esaminò quella figura mentre si avvicinava, con il berretto abbassato sugli occhi e il passo scaltro. Si risollevò per un attimo alla vista di quei segni di umanità, infilò la mano destra nella tasca interna del proprio giubbino, controllò ancora che la bustina fosse al posto giusto, rimanendo per un istante in un'inconsapevole posa napoleonica.
Il ragazzo gli arrivò davanti fermandosi a pochi centimetri da lui. Sarà stato anche l'effetto della Random, ma non aveva mai notato l'altezza simile alla sua. Sentiva il suo respiro stranamente calmo e rilassato addosso; si decise a consegnarli le pagliuzze per l'ennesima volta. Solo un imbecille avrebbe potuto vederli in quella situazione e non capirne il perché; un cretino o un poliziotto corrotto.
Quel tipo prese di scatto la bustina, se la rigirò fra le dita, forse indeciso, forse per valutarne la consistenza, il simbolo sfuocato di una squadra di football americano dondolava lentamente a pochi centimetri dalle pupille di Gaio; si lasciò cadere nel palmo della mano i soldi senza dire nulla ma non poté non valutare l’ingordigia con cui quel tizio ingoiò la dose. E nemmeno riuscì a sottrarsi alla vista del flash che balenò davanti ai suoi occhi quando il berretto calato su quel viso si alzò improvvisamente, quasi in segno di sfida.
Fu tutto molto veloce e imprevisto, Gaio fece appena in tempo a notare un battito nervoso di ciglia come sipario di uno spettacolo spaventosamente già visto, poi il ragazzo chiuse gli occhi e cadde al suolo con un gemito sordo e sin troppo eloquente.
Si riprese il resto della dose nervosamente. Guardò a casaccio il mondo attorno a sé: nessuno sembrava preoccuparsi troppo di un uomo a terra.
- Via Gaio, cazzo, via.
La sera, davanti alla tivù, decise di non pensare che quel viso perfettamente uguale al suo fosse opera di quella merda che quotidianamente vendeva.
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continua...
